Architetto Bruno Occhipinti intervistato da Gianluca Biscalchin
L’architettura rurale racconta la cultura del vino, le abitudini agricole, le peculiarità di una terra. Come quella di Vittoria. Ma può anche essere un modello per il futuro?
In Sicilia ogni paese e ogni città ha delle architetture legate all’agricoltura. La peculiarità di Vittoria è che in campagna non si abitava. La sera, gli agricoltori tornavano in città. In campagna si andava solo per lavorare. Questo ha determinato una variante locale del palmento e delle costruzioni agricole. Lo racconta a Solco l’architetto Bruno Occhipinti che ha lavorato con passione al recupero di questo patrimonio e che conosce intimamente la storia e l’evoluzione della cultura contadina del vittoriese.
B.O.: Vittoria è una città di fondazione, risalente al periodo del vicereame spagnolo, all’inizio del 1600. Ha solo 400 anni di vita. In quel periodo venivano create nuove città e si attiravano nuovi abitanti con l’abolizione dei dazi per chi vi si trasferiva. In più, nel decreto di fondazione, si prometteva a ogni neocittadino una percentuale di terra da coltivare.
La città, così, nasceva già con una forte vocazione agricola?
B.O.: Esatto. Ma è nella seconda metà dell’Ottocento che avviene la grande trasformazione, grazie alla viticoltura. Infatti, quello che ha reso grande Vittoria è stata la sua produzione di vino, con tutto il territorio vitato, dalla parte alta fino al mare. In parallelo, è cresciuta un’architettura pensata per le esigenze della produzione vinicola.
Quindi il palmento…
B.O.: Non solo. Ci sono due tipi di architetture. Una più povera, legata alla necessità di ripararsi dalle intemperie, dal caldo, dal freddo o dalla pioggia. Queste abitazioni erano unità minime, a volte di pochi metri quadrati. Una stanza, insomma. Non erano legate alla produttività dell’azienda, ma rispondevano a un’esigenza personale. Questa è la prima architettura, definita di sussistenza, giusto il minimo necessario.
E la seconda?
B.O.: Con lo sviluppo della produzione vinicola le cose sono cambiate. Si è cominciato a costruire strutture più organizzate come, appunto, il palmento, e tutto ciò che sta attorno al mondo del vino. Ma questa architettura legata al palmento qui ha avuto un’evoluzione tipicamente vittoriese.
Con che caratteristiche?
B.O.: Il palmento locale non era uguale a quello di altre zone. A Marsala, per esempio, si producevano uve bianche che venivano pigiate e messe immediatamente in botte. Qui, invece, si produceva uva rossa, e quindi era necessaria la presenza di tini per far macerare l’uva.
Questo ha determinato la nascita di un palmento tipico vittoriese? Come funzionava?
B.O.: Allora, il palmento è fatto sostanzialmente da una pista dove veniva scaricata l’uva, trasportata da muli. Dopo essere stata scaricata, veniva pigiata con i piedi, letteralmente (si indossavano degli scarponi altrimenti ci si faceva male…). Dalla pista, le vinacce insieme al mosto defluivano verso dei tini scavati nel terreno, dove avveniva una prima macerazione di circa 48 ore.
Tutto questo succedeva nel palmento.
B.O.: Esatto. Poi, l’altro modulo architettonico era la cantina, senza una struttura particolare se non quella di contenere le botti. Quindi, dopo 48 ore, il pigiato veniva trasferito nel legno, dove avveniva la fermentazione. Mentre nel palmento c’era la pista e il piano per la pigiatura, la cantina era un ambiente semplice. Normalmente cantina e palmento erano una di fronte all’altra o affiancate, collegate tra di loro.
In pratica, un’unità produttiva…
B.O.: Sì. Attorno a questa unità a seconda delle condizioni economiche della famiglia, venivano costruite delle case, che potevano essere palazzotti o altri edifici. L’azienda Occhipinti ne è un esempio: è un tipico fabbricato rurale destinato alla produzione, dove c’era il palmento, il frantoio per fare l’olio, le stalle e altro, insomma, una struttura complessa che ruotava attorno a un cortile.
Fino a quando è sopravvissuta questa struttura aziendale?
B.O.: Vittoria ha mantenuto un’economia agricola tipicamente vinicola fino agli anni ’50. Dopodiché le cose cominciarono a cambiare. Si iniziarono a piantare altre varietà e a diffondersi l’agricoltura protetta, all’interno delle serre. Questo ha portato a un cambiamento significativo nel panorama agricolo.
Cosa è rimasto nel territorio di questo modo peculiare di fare agricoltura?
B.O.: Qui si dormiva in campagna solo nel periodo della vendemmia. Prendiamo sempre come confronto Marsala: nel suo territorio ci sono 50 contrade, 50 frazioni dove la gente viveva stabilmente. Vittoria ha soltanto uno o due piccoli borghi, abitati, appunto, solo per la vendemmia. Fossa di Lupo, dove Arianna ha iniziato il suo lavoro, è un piccolo nucleo di case, una vicina all’altra per proteggersi e per stare in compagnia. Ora è abbandonato.
Come i muretti a secco?
B.O.: Un altro elemento fondamentale del nostro territorio. Avevano una doppia funzione: quella di spietrare il terreno, e con le pietre che si recuperavano si creavano i muri di confine che servivano per delimitare le particelle e le zone di pascolo. Oggi si sta perdendo tutto perché man mano che cadono nessuno li ricostruisce. Un metro di muro a secco costa 80/90 euro. In una proprietà ce ne sono chilometri, basta fare il conto…
Ma è solo una questione economica?
B.O.: Il maggior freno è quello dei soldi. Ma non solo. C’è anche la questione del tempo.
Cioè?
B.O.: La fretta del guadagno. La classe imprenditoriale giovanile della zona non è orientata alla produzione vinicola, ma verso l’agricoltura di serra. Per impiantare una vigna e vedere i primi risultati servono tre anni. Per non parlare dell’ulivo e del carrubo. In serra, per i pomodori, bastano 3 mesi. Oggi il concetto dell’attesa non esiste più, il saper aspettare.
Questo ha determinato l’abbandono delle strutture architettoniche agricole?
B.O.: In parte sì. Cerchiamo comunque di recuperare il recuperabile. Riguardo ai palmenti, una parte di essi è stata effettivamente restaurata, ma molte strutture sono rimaste in stato di abbandono. Per ora siamo a un 20% delle strutture rimesse in attività. Alcuni palmenti sono stati riconvertiti ad altre funzioni, sempre legate al vino, come strutture turistiche, sale degustazioni o musei, ma spesso queste ristrutturazioni hanno portato alla perdita della loro funzionalità agricola originale.
Come quella di azienda vinicola?
B.O.: Sì, anche se alcune aziende, come quella di Arianna, o Cos, cercano di riportare in vita questo patrimonio. Il mondo del vino è più sensibile a questo tipo di percorso, perché è più abituato all’attesa, ha una sensibilità diversa rispetto al tempo che passa. E poi è più legato alle suggestioni della tradizione perché dentro la grande narrazione del vino c’è anche la poesia dei vecchi fabbricati dove si lavorava l’uva raccolta. Il vino racconta delle storie. Un pomodoro, o un cetriolo, un po’ meno.
