“Parlare di Frappato è come parlare di amore” – “Ma sempre di amore si parla?” – “Sì.” “È amore sanguigno, ribelle quando ti fa arrabbiare, romantico, corporale e silenzioso, quando ritorna a casa. Quello che, quando sei giovane, se non metti confini, ti fa perdere, ma se poi, in fondo è quello giusto, ti fa anche ritrovare, nel rispetto assoluto dell’uno e dell’altro.”
“È quella intuizione o incontro che nella vita puoi riconoscere alcune volte. L’amore che ti eleva, dove ognuno tira fuori il meglio di sé. Quello che ci fa costruire e non distruggere pezzettino per pezzettino la nostra vita.”
Ricordo me, passare da una vigna all’altra quando, per conto dell’Università di Milano, dovevo rilevare delle vigne di Frappato di Vittoria, la mia prima scoperta delle contrade.
Ricordo la terra rossa, quasi arancione, la sabbia sottile sulle caviglie un po’ sudate che rimaneva attaccata, i pantaloncini e i calzini intrisi di rosso, come se avessi giocato a tennis per tre ore sulla terra battuta. Lo avevo abbandonato il tennis, a malincuore, perchè era difficile quando ci giocavo poter trovare quella serenità di cui necessitava, quella consapevolezza che forse solo oggi piano piano riesco a riconoscere. Era meglio correre i 100 mt, veloci, che trasformano i blocchi in potenza. Non quelli di partenza, i blocchi della vita. In quegli anni ancora correvo, in quella forma diversa da oggi, che appartiene alla bramosia della ricerca a tutti i costi di un sé, di una strada da percorrere che, se scovata, surfando tra le onde, potrebbe non lasciarti mai più.
Io l’ho trovata abbastanza presto, aprendo con le mani, come un sipario, quelle foglie di colore verde intenso e coriacee in una vigna a Pettineo, osservando quel blu violaceo, che gli acini del Frappato creano al rifrangersi del sole, facendo scorgere le sue nervature. La devi masticare la sua buccia per comprenderla, la stessa che ritrovo oggi nel tannino dei suoi vini. È uno sguardo di riconoscimento.
CI SIAMO PRESI PER MANO CON IL FRAPPATO: IO AVEVO BISOGNO DELLA SUA ELEGANZA, DELLA SUA STORIA DA RACCONTARE, DELLA SUA BELLEZZA E STRATIFICAZIONE, DEL SUO POTENZIALE ENOLOGICO PER DIVENTARE CIÒ CHE SONO ADESSO E IL FRAPPATO IN FONDO AVEVA ANCHE BISOGNO DI ME.
Mi sembrava regale nella sua somiglianza al Pinot nero e al Nebbiolo, le uve mito, le certezze che in quegli anni irrobustivano il pensiero mio e di molti, ma consapevole che avrebbe potuto tracciare il suo percorso in un angolo del Mediterraneo, lontano da quella viticoltura di matrice europea che studiavo. Ci siamo presi per mano con il Frappato: io avevo bisogno della sua eleganza, della sua storia da raccontare, della sua bellezza e stratificazione, del suo potenziale enologico per diventare ciò che sono adesso e il Frappato in fondo aveva anche bisogno di me. Di chi lo raccogliesse con amore e orgoglio, lo stesso che alla prima uscita ufficiale nel Settembre 2005 con la mia prima vendemmia 2004, in un contesto dove questo vitigno era solo tagliato con il Nero d’Avola per produrre il Cerasuolo di Vittoria o utilizzato per i vini ‘entry level’, si scorgeva dalle mie parole, di fronte agli sguardi attoniti che avevano ascoltato pochi difendere il proprio lavoro così; che ancora un lavoro in fondo non era. Non siamo figli di un Dio minore, sentimento troppo spesso manifestato negli atteggiamenti di alcuni siciliani quando 20 anni fa dovevano parlare di questo territorio, di sé, nel confronto con gli altri.
Da dove arriva questo orgoglio?
Dai racconti di mio zio Giusto1, dalla storia e dal vissuto con Marco De Bartoli2, dai racconti di Beppe Rinaldi3, dai miti francesi, dallo sguardo di Giovanna Morganti4 quando racconta il suo meraviglioso Le Trame che nel 2004 mi fece piangere. Da Porthos5, nobile, ribelle e disperato. Dalla virtuosità e abilità di Luca Gargano6, dalla musica fuori e dentro il vino e dalle intuizioni pindariche di Frank Cornelissen7. Dalla vicinanza con Elena Pantaleoni8, con la quale ho mosso i primi e secondi passi per conoscere il senso della bellezza, dalla passione, determinazione e sensibilità di Elisabetta9, dalle mani e dal cuore grande di alcuni produttori friulani di confine, Stanko, Dario, Josko10, dalla solidità e dalla bellezza delle proprietà dei Planeta11, dalla storia dei Tasca12 e dal dialogo, dall’altra parte della Sicilia, con un giovane vignaiolo alle prime armi come me, Nino Barraco13, che mi ha fatto rivivere Marsala, la mia città natale, che con mia madre avevo conosciuto per i suoi miti e il suo mare, per l’odore, a me caro, delle alghe in fermentazione, che mi ha aiutato a riconoscere presto le riduzioni nei vini e a volte anche ad amarle; come una Marsala di terra, e non di mare, di vigne, di cultura contadina. Che mangia la pecora e non la triglia dello Stagnone che io tanto adoro. Mi mancava esperienza, mi mancavano vendemmie in giro per il mondo, ma avevo osservato lo sguardo di chi il vino lo fa profondo e ho capito che prima di tutto era una connessione emotiva forte che andava creata; poi la tecnica, quella del gesto semplice che porta un essere umano a fare vino, avrebbe fatto il resto.
L’artigiano compone la sua tela, pezzo dopo pezzo con le mani che si muovono in sincrono con gli occhi e la mente, occhi che potrebbero anche chiudersi continuando a riconoscere, filo per filo tra le dita che si muovono impetuose e delicate, l’odore di quello che sarà.
Fare vino per me è tutto questo, un gesto naturale. E il Frappato è un amico dolce che mi accompagna. Questi 20 anni sono ricchi di incontri, di apnee e di risvegli, e se i primi dieci anni sono stati veloci ma allo stesso tempo vissuti a pieno, nella costruzione di un sogno mai avuto prima, direi un’intuizione, un richiamo, i secondi dieci diventano conoscenza, perfezionismo, solidità, riflessione, perdita e riparazione. Dai racconti e osservazione della sabbia rossa, che ritornava sempre nelle parole dei produttori vittoriesi, quando descrivevano i loro vini, alla scoperta del calcare. Calcareniti, Trubi, Gessi, Marne. Un mondo a me nuovo.
FARE VINO PER ME È TUTTO QUESTO, UN GESTO NATURALE.
Dalla superficie alla profondità.
Un percorso obbligato e contemporaneamente una via di non ritorno. Così come è difficile tornare indietro da un mondo che ti fa riscoprire il senso del gusto e delle persone attraverso il gesto del vino artigiano, così è quando inizi a scendere nelle profondità delle radici e studiare ciò che poi nel vino ritrovi, in termini di naso e bocca.
Non possiamo dire che quando è asciutta la roccia ha un odore, ma nel vino quell’odore lo senti, e nella bocca è come succhiarla questa roccia. In fondo è proprio così. Il calcare di Bombolieri nel vino lo senti.
Ed è in quel gioco tra sabbia e calcare, nelle sfumature che colorano una miriade di terre diverse, perché la terra “cancia ri parmo a parmo”, capaci di dare vini diversi, che ritrovi contemporaneamente le stesse ricerche di amici come Roberto e Alfonso di Envinate a Tenerife e in Spagna, di Dani e Fernando di Comando G, una generazione di scopritori di suoli e vigne, camminatori instancabili, in una strada che per loro non avrebbe una fine se non dettata dal buon senso che ti porta a non voler confondere in eccesso il consumatore e quieta per fortuna questa ricerca compulsiva, che in questi vini si riconosce.
Una strada che puoi solcare anche qui a Vittoria, territorio di un potenziale unico, modello di un’agricoltura del Mediterraneo che oggi sposta lo sguardo viticolo su queste frontiere. 8 km dal mare e 8 km dai Monti Iblei. Tra Scirocco e Provenza.
Caldo, vento, clima secco, a tratti arido, la più alta radiazione solare in Europa insieme ad Almeria in Spagna, una sabbia che potrebbe arrivare a 70/80° C di temperatura eppure ricopre come un mantello, una riserva di umidità e freschezza umida a mantenere l’acqua fresca che ti viene offerta in una giornata torrida estiva. E poi gli amici d’Oltralpe, in Francia, la scoperta di territori amati da molti, che mi hanno insegnato ad affinare quel naso che piano piano mi ha fatto riconoscere molto meglio la mia terra e il mio Frappato.
Inizia così una donazione interna delle parcelle che prima erano state prese in affitto per necessità e che poi, una volta acquistate, in un quadrato di circa 5 km per lato, nelle contrade storiche, ricche di vecchi palmenti di quella storia che fu, diventano un tesoro quando ti rivelano cosa nascondono.
Questo percorso, nell’individuazione di suoli e contrade, non solo aiuterà l’etichetta de Il Frappato, che oggi voglio celebrare e che mi accompagna dai primordi, a trovare la sua strada definitiva, ma mi porterà anche ai tre VINI DI CONTRADA – Pettineo, Fossa di Lupo e Bombolieri.
Il Frappato con la sua vigna di C.da Bastonaca, di sabbia limosa e tufo, che dona eleganza e setosità e un colore di cerasa, e la vigna grande di C.da Fossa di Lupo, la prima da me piantata, da una selezione massale attenta ma anche rispettosa della biodiversità e della libertà, con la sua sabbia scura e calcare bianco compatto, che dona frutto e acidità e un tannino denso.
Ma non solo… Santa Teresa, Serra d’Elia, Spedalotto, Fondo Monaci. E poi da Vittoria a Chiaramonte Gulfi alla scoperta dei Monti Iblei, sul sentiero del calcare, in quella parte coltivata e agricola ricca di marne argillose, a 500 m s.l.m. in C.da Santa Margherita, alla ricerca del vecchio mare, della selce e del Grillo.
Una strada di non ritorno, un viaggio che continua e che non trova la sua meta se non nelle radici delle sue vigne…perché in fondo, l’amore non è più bello quando evolve?
