di Massimiliano Saccarelli
Massimiliano Saccarelli ci invita a pensare l’azienda come marketplace di contributi innovativi, come ecosistema poroso tra dentro e fuori, con figure ibride tra dipendente e imprenditore capaci di portare contributi creativi
“Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro
per vedere il Signore se mai passi.
Ahimè, non sono un rampicante
ed anche stando in punta di piedi
non l’ho mai visto.”
— Eugenio Montale
Mi è stato chiesto di scrivere una riflessione sulla creatività in azienda. Prendo spunto da Montale. Anch’io, in oltre quarant’anni, ho attraversato aziende in Europa e in Asia, camminato per corridoi, progetti, gerarchie. E, come il poeta, non ho trovato tracce di vera creatività. L’azienda è un organismo la cui architettura nasce con un obiettivo preciso: l’efficienza. Tutte le teorie manageriali del Novecento – dal taylorismo in poi – sono figlie della necessità di controllo, standardizzazione, prevedibilità. L’innovazione quindi, nel migliore dei casi, è piuttosto miglioramento continuo, manutenzione, ma non creatività generativa. Eppure, all’origine di ogni impresa c’è stato un atto creativo, visionario, fondativo. La creatività non è nata dentro l’azienda, ma prima dell’azienda.
La sfida, quindi, non è trovare creatività in azienda, ma capire come mantenere viva la spinta che l’ha generata.
Perché la creatività fatica a manifestarsi in azienda?
Perché, paradossalmente, la creatività ha bisogno di vuoti. Vuoti di controllo, di previsione, di efficienza. Le neuroscienze ci indicano che durante i momenti di inattività mentale, come il mind-wandering, si attiva una rete cerebrale chiamata Default Mode Network (DMN). Questa rete è associata a processi di pensiero auto-riflessivo e creativo. Uno studio recente ha dimostrato che il DMN gioca un ruolo causale nel pensiero creativo. Durante compiti che richiedevano la generazione di idee originali, il DMN mostrava un’attività significativa. Inoltre, quando l’attività del DMN veniva temporaneamente ridotta attraverso stimolazione elettrica, la capacità creativa dei partecipanti diminuiva sensibilmente. La creatività non nasce nello sforzo produttivo, ma nell’intervallo. L’azienda, però, è progettata per non lasciare vuoti. Anche quando, provocatoriamente, si introducono in azienda “ore bianche” o “tempo vuoto”, la logica che le governa resta la stessa: prevedere, incanalare, misurare. Ma la creatività è più simile all’eros, direbbe Platone: sfuggente, non programmabile, non razionalizzabile
Creatività come disallineamento
La creatività, dopotutto, nasce da uno scarto di visione, da un punto di vista “altro” rispetto al mainstream. In questo senso, l’azienda potrebbe essere il luogo perfetto per ospitare visioni creative, perché piena di contraddizioni, tensioni, disallineamenti. (Lo dicono anche le survey Gallup: la maggior parte delle persone non si sente allineata ai valori e al funzionamento della propria organizzazione.) Ma oggi l’outsider viene espulso, non integrato. Pensare l’azienda come marketplace di contributi innovativi, come ecosistema poroso tra dentro e fuori, sarebbe la vera rivoluzione. Altrimenti, parlare di creatività in azienda resterà solo una grande, sofisticata, ipocrisia.
What’s next?
Un futuro in cui, più che spingere la creatività dentro l’azienda, l’azienda accetta che i processi creativi avvengano fuori. E si attrezza per riconoscerli, accoglierli, integrarli. In questo senso, anche la parola “dipendente” andrebbe superata. Serve una nuova figura, ibrida tra dipendente e imprenditore, capace di portare contributi creativi che non siano solo “idee da mettere nella cassetta” per vincere gli award aziendali, ma iniziative da co-sviluppare La vera svolta sarà ripensare i meccanismi di partecipazione e di distribuzione del valore. Chi contribuisce con una soluzione radicale, non rimane esterno o subordinato, ma partecipa al valore generato. In questo modo, l’azienda può iniziare a generare le condizioni per qualcosa che ancora non esiste pienamente: una figura ibrida, né dipendente né imprenditore, ma portatrice di visioni. Una presenza capace di muoversi tra regole e intuizioni, tra appartenenza e autonomia, tra identità e trasformazione. Non sarà frutto di un nuovo schema organizzativo, ma dell’evoluzione culturale che sapremo accompagnare. Forse il vero atto di creatività è trovare il modo per lasciare che la creatività avvenga ovunque essa voglia avvenire, ma poi trovi vantaggio nel tornare anche in azienda.
