di FABIO MAZZA
Tutto scorre veloce, velocissimo. Il tempo per gli altri, per le proprie passioni, per sé stessi: sempre meno, sempre più sfuggente. Se fatichiamo persino a ritagliarcene un istante, come possiamo davvero fermarci a osservare ciò che ci circonda?
Ciò che mangiamo, ciò che respiriamo, ciò che – senza che ce ne rendiamo conto – ci definisce ogni giorno. Sempre in moto, sempre di fretta, immersi in un flusso che non interrompiamo mai davvero, permettiamo ad altri di illuminare la strada al posto nostro, suggerendoci direzioni e persino anticipando le nostre scelte, fino a renderle quasi inevitabili. Il risultato? Percezioni preconfezionate, gusti indotti, pensieri guidati. L’illusione di una selezione che, in realtà, è già stata fatta a monte.
Siamo affascinati dalle belle storie e spesso preferiamo farci cullare da una narrazione ben costruita piuttosto che porci domande scomode. Il racconto è ormai un’arte raffinata, capace di plasmare desideri e percezioni, di dare valore a ciò che prima ne aveva meno e di svuotare di significato ciò che, invece, meriterebbe spazio. Nel mondo del vino, questa dinamica è esasperata all’ennesima potenza. “Markètting”, così lo definiva il mio istrionico prof. Davide Gaeta.
Il racconto, questo sì che è un grande tema. Saper raccontare o, ancora meglio, sapersi raccontare oggi vale più della sostanza, più del percorso, più della costanza. Il mondo si muove veloce, la memoria si accorcia, il mercato divora storie e passa oltre. Un’azienda che oggi è sulla bocca di tutti, domani potrebbe non esistere più. Un’etichetta che diventa icona in un istante, il giorno dopo è già vecchia, scavalcata dall’ennesima novità.
E allora, di tutto questo tumulto, cosa resterà davvero? Ci stiamo appassionando a qualcosa di autentico o stiamo solo inseguendo l’ennesima narrazione ben congegnata e preconfezionata? Siamo ancora in grado di distinguere il valore reale dal rumore di fondo o stiamo davvero perdendo la capacità di un’analisi oggettiva? E se il problema non fosse solo il racconto, ma il bisogno compulsivo di novità che ci spinge a inseguire, scoprire, bruciare e dimenticare?
Nel vino, la tensione tra sostanza e narrazione è sempre più marcata. Nuove aziende, nuovi volti, nuovi territori d’elezione emergono senza sosta, alimentando un pubblico affamato di storie, di questo chiacchieratissimo hype, di cambiamento. Ma quanti di questi protagonisti saranno ancora qui tra vent’anni? Quanti, invece, si dissolveranno nel bicchiere, inghiottiti dall’oblio come tanti altri prima di loro?
Tra chi insegue il vento e chi resta saldo, il panorama è tutt’altro che uniforme: da un lato, aziende recenti dalle ambizioni fragili, dall’altro nuove realtà che poggiano su idee concrete.
Chi ha radici solide non teme le derive effimere. Chi stabilisce una storia e uno stile non teme le variazioni, perché vive nella propria costanza e nel percorso organico che lo ha portato fin lì. Che si tratti di aziende storiche alle prese col passaggio generazionale o di cantine nuove che muovono i primi passi, sono loro gli anelli più esposti alla tempesta, quelli che non hanno bisogno di urlare e dimostrare, quelli che scelgono la coerenza all’hype. Un movimento silenzioso che, però, inizia a farsi sentire. Persone che tornano nelle terre natali per raccogliere l’eredità familiare e darle nuova luce, valorizzando il lavoro di chi le ha precedute. Oppure nuovi protagonisti che investono tempo, risorse e speranze in un sogno concreto.
È ancora una volta il neoclassicismo che avanza: riconosce e rispetta la grandezza altrui, non cerca lo scontro sterile ma è curioso e si mette in discussione. In un panorama dominato dal bisogno di apparire, la vera rottura è tornare alla sostanza, alla profondità, alla verità. Ma per farlo serve coraggio e caparbietà. Serve visione e tanto, tanto studio. Serve saper rinunciare alle scorciatoie, alle tentazioni della fama prematura e allo scendere a compromessi con chi – di questi fuochi fatui – detta tempi e modalità d’ingresso, nascita e scomparsa. Ancora una volta, prendiamoci il tempo per capire dove stiamo andando, con quali strumenti e con chi al nostro fianco.
Perché una bottiglia, quando lascia la cantina, è solo a un terzo del percorso: è lì che inizia la vera sfida. Serve visione, capacità di leggere il mercato e, soprattutto, il coraggio di mettere in discussione ogni certezza. Di fermarsi, ascoltare e ripensare, senza paura di ricalibrare il percorso.
Altro passaggio spesso dimenticato: l’autocritica e l’ascolto. Rarissimi. Eppure necessari.
Quindi, cosa fare? Come muoverci nel mare magno delle novità? Come re-imparare a distinguere? Studiando, viaggiando, confrontandoci. Aprendoci al dialogo con il “vecchio”, con ciò che è stato grande, a prescindere che incontri o meno i nostri gusti e le nostre aspirazioni. Là fuori ci sono storie incredibili da ascoltare e interiorizzare, territori dimenticati eppure grandissimi, viticoltori altrettanto grandi eppure svaniti. Ma la gloria non si dissolve: il tempo la concentra come una fionda, tendendola fino al limite, fino a quando – all’improvviso – la rilancia con forza nel futuro. E il mercato, poi, se ne ricorda.
Mettiamoci più spesso nei panni del nostro cliente. Chiediamoci come renderlo nostro complice, come trasmettergli il valore senza gridarlo, come fargli percepire la nostra visione. Come rimanere, piuttosto che come tornare. Dobbiamo anche interrogarci sulla nostra responsabilità. Perché, in fondo, chi produce, chi comunica, chi distribuisce il vino, ha un dovere nei confronti di chi lo beve. Un dovere che va oltre il marketing, oltre l’estetica della narrazione. Un dovere che risiede nella capacità di creare cultura, di trasmettere conoscenza, di educare al gusto senza piegarsi alle mode passeggere.
Troppo spesso dimentichiamo che là fuori c’è un mondo che alle nostre elucubrazioni attribuisce il giusto peso, un pubblico che ci premia con la sua fiducia e il suo denaro, e che quando sceglie una nostra bottiglia vuole, semplicemente, concedersi un momento di piacere.
Vogliamo davvero privarci della leggerezza di questo dono che offriamo agli altri? Se non lavoriamo per queste persone, allora per chi? E soprattutto, ricordiamoci sempre che, senza chi le stappa, tutto questo è solo esercizio di ego e vanità.
