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Solco

Il vino che non ti aspetti

Il Frappato è l’interprete sorprendente di una terra complicata, un vitigno duttile e adatto a raccontare chi lo produce, la sua visione, la cultura enologica e le potenzialità di chi ci lavora.
E con una radice profonda nella zona di origine: Vittoria. Ne discutono insieme alcuni produttori, da diverse prospettive, ma con un sentire comune: la passione.

Siamo nella cantina di Arianna a Vittoria con alcuni protagonisti del Frappato per discutere sul presente e sul futuro di questo vino così capace di raccontare un territorio. Una tavola con tanti calici e le loro bottiglie, che sono frutto di un’interpretazione personale di questo vigneto.

 

Il 20 febbraio 2025 Arianna Occhipinti, Giusto Occhipinti, Guglielmo Manenti, Nikolas Resin, Waiata Kalma e Salvo Foti si sono incontrati nel salotto dell’azienda Arianna Occhipinti per parlare di Frappato, di futuro, di territorio e di gesti, azioni che possono aiutare a svilupparlo.


Giampaolo Gravina era stato invitato a condurre questa discussione. Avrebbe sicuramente apportato un contributo filosofico fondamentale grazie alla sua capacità di far luce sulle zone più profonde della cultura del vino. Giampaolo non c’è più. Per questo vogliamo dedicare a lui questo nostro incontro.
ARIANNA OCCHIPINTI

 

ARIANNA OCCHIPINTI
Quella che uscirà ad aprile è la ventesima etichetta, la ventesima annata del mio Frappato. Questo per me è un momento importante. Ho bisogno di fermarmi a riflettere sullo stato delle cose, cosa è stato, cosa sarà, cosa possiamo ancora fare, cosa è per me, per noi, il Frappato. Ho sentito il bisogno di condividere questa occasione con alcuni protagonisti del nostro territorio, con chi ci lavora da tanti anni e chi è arrivato da poco e ha deciso di trasferirsi qui per amore di questo vino.

Mi faceva piacere mettere insieme persone diverse, con un’idea diversa del proprio lavoro, ma che stimo particolarmente. Protagonisti del Frappato che, nella diversità di ognuno, mettono tanto impegno, tanta cultura, tanto voler fare e anche sentimento, che è quello che credo abbia caratterizzato un po’ il nostro lavoro, quello di tutti noi.

Il Frappato secondo i produttori

GUGLIELMO MANENTI
La mia è una storia particolare: ho una piccola azienda in contrada Bastonaca. Sono forse il più microscopico dei produttori rispetto a quelli che fanno parte tra i soci del consorzio del Cerasuolo di Vittoria. Eppure, sono stato chiamato a ricoprire il ruolo di presidente…

SALVO FOTI
Mi è sempre piaciuto lavorare come interprete di un vigneto attraverso il vino. Come enologo lo faccio da molto tempo, soprattutto sull’Etna. Lì, come produttore, ho una piccola azienda con i miei figli.

NIKOLAS RESIN
Sono tedesco. Quando studiavo enologia in Germania ho conosciuto i vini di Vittoria tramite l’azienda COS di Giusto. Me ne sono innamorato. Ho deciso di venire a lavorare qui. Poi, con la mia compagna, abbiamo trovato un luogo dove potevamo creare un’azienda a Vittoria. In totale sono cinque ettari a Serravalle.

GIUSTO OCCHIPINTI
Ho appena terminato la mia quarantacinquesima vendemmia, nella mia azienda: COS. Ed è sempre il momento più emozionante del nostro lavoro. Mai uguale.

WAIATA KALMA
Io invece sono nata in Nuova Zelanda. A 14 anni mi sono trasferita in Francia, dove ho studiato. In seguito, ho lavorato come sommelier a Londra, Melbourne, e di nuovo a Parigi. Ho conosciuto i vini di Sicilia in Australia. E poi, con Nikolas, siamo venuti a lavorare qui.
Quindi avete deciso di venire proprio qui, in un ter- ritorio della Sicilia che non è facilissimo rispetto ad altre zone, come l’Etna. Perché, chi ve l’ha fatto fare?

WAIATA KALMA
Quando abbiamo scelto dove volevamo vivere, vinificare, avere figli, abbiamo pensato anche su quali uve volevamo lavorare. Il Nero d’Avola è interessante, però il Frappato è stata l’uva, il vitigno che volevamo toccare, coltivare, bere. È per questo innamoramento che siamo finiti qui.

La sfida dell’Identità: Frappato “di Vittoria”?

Qual è la peculiarità di fare il vino in Sicilia?

GIUSTO OCCHIPINTI
Se ci pensate non esiste un posto al mondo dove la vendemmia dura da luglio a fine ottobre. Stiamo parlando di 200 chilometri che sono niente in un’isola, tutto sommato, apparentemente omogenea. Eppure, cambia tutto da chilometro a chilometro. La Sicilia, come diciamo tutti, è un continente. Lo è nella geologia, per le sue macro-aree, micro-aree, lo è nei salti termici, lo è nella piovosità.

GUGLIELMO MANENTI
Verissimo. Noi, per esempio, usiamo l’alberello, quindi abbiamo un sistema di allevamento un po’ in controtendenza qui a Vittoria. Da un punto di vista agricolo, stiamo sperimentando come si comporta questa pianta. E questo mi permette di fare delle osservazioni. Dal 2006, quando ho iniziato, ho visto tutta una serie di annate “no” in cui ci sono state delle piovosità critiche nelle diverse fasi produttive. Quello che ho notato è che in annate estremamente calde, il Frappato soffre di meno rispetto al nostro Nero d’Avola. Quest’ultima vendemmia è stata veramente dura per via della pioggia che non c’era stata: il Frappato è un vitigno che ha risposto bene anche in condizioni di grande stress climatico. È un vitigno che in questo territorio funziona molto bene. Questo potrebbe promettere bene per il futuro. Questo aspetto climatico incide anche sull’invecchiamento? Come invecchia il Frappato?

ARIANNA OCCHIPINTI
Oggi il Frappato è un vino che tutti, bene o male, vendiamo nei primi due anni, e che il mercato assorbe nei primi 5-6 anni. Poi il potenziale di invecchiamento è un’altra cosa. Abbiamo fatto qualche tempo fa una verticale di 17 annate: vi devo dire che è risultato assolutamente integro e aveva ancora delle cose da raccontare. Questo mi conforta. E nulla ci vieta di conservarlo per vederlo poi in carte dei vini importanti, magari fra qualche anno. La sua acidità, il pH, la buccia spessa, un tannino molto interessante: ci sono tante cose che rendono questo vino resistente nel tempo e, a livello produttivo, ci si può puntare molto.

GUGLIELMO MANENTI
La caratteristica della longevità è ancora inespressa, perché non c’è stato il tempo, per molti di noi, di verificarla. Potrebbe essere interessante puntare su questa caratteristica per valorizzare il territorio. Però noi vendiamo un vino fresco che va bevuto, diciamo, in maniera abbastanza facile. A me non dispiace essere in un wine bar, sfruttare la capacità comunicativa di un vino facile e veloce. Tendenzialmente sarei meno interessato a una clientela ristretta, sicuramente molto più competente, disponibile a spendere qualcosa in più per un vino che in effetti ha la potenzialità, giustamente, di poter invecchiare. Però può essere. Parliamone. La questione è interessante perché determina molto anche il modo di raccontare il Frappato che viene presentato come un vino, appunto, piacevole, immediato, fresco e giovane. Però si possono anche raccontare le ottime potenzialità di invecchiamento, allargando il mercato. E la sua immagine.

WAIATA KALMA
Il Frappato non è mai stato vinificato per durare, ma per essere consumato subito. Eppure, risulta eccellente anche dopo vent’anni. Quindi vuol dire che può essere sia bevuto subito che durare nel tempo. Vedo che nel mercato ha una marcia in più perché è siciliano, è fresco, è fruttato e poco alcolico. È un vitigno che si trova ormai nelle carte vino del mondo, perché è unico. Anche il Nero d’Avola ha tanti aspetti bellissimi, ma è più legato alla Sicilia in generale. Mentre il Frappato dà un’immagine dell’isola completamente diversa. E fortemente legata a questo territorio. Le uniche persone che ho incontrato che non amano particolarmente il Frappato sono proprio i clienti siciliani.

 

Sfide e Opportunità: Clima, Mercato e Futuro

I siciliani capiscono il Frappato?

ARIANNA OCCHIPINTI
Quando ho iniziato a produrlo era un prodotto economico, che si vendeva per pochi euro. Non veniva riconosciuto il valore del vitigno. Ho cercato di fare un discorso diverso sull’identità del Frappato e ho aumentato il prezzo di vendita. Oggi sicuramente la situazione è cambiata. Anche se molti ristoratori locali ancora non lo capiscono appieno. Il fattore di essere pochi produttori pesa tanto, nel senso che non esistono ancora molte etichette di Frappato frutto di interpretazioni di un valore tale da poter fare un discorso più articolato, anche con i sommelier.

GIUSTO OCCHIPINTI
È vero. Il problema è anche che siamo ancora troppo pochi. Onestamente devo ammettere che l’ingresso di Arianna nella comunità ha costituito un salto quantico, ce ne vorrebbero sparse un po’ in giro, clonate tipo la pecora Dolly e mandate a colonizzare questo territorio. Lei ha avvicinato anche un mondo giovane al vino e ha dato al suo lavoro un’impronta di gioiosità, di riscatto. Questo per dire che ci vuole passione, rigore, e soprattutto materiale umano. È per questo che credo che ogni imprenditore debba restituire una quota del proprio valore al territorio. La verità è che in un luogo così, è davvero difficile orientarsi. Abbiamo bisogno di stare assieme. Certo, da soli si va più veloce, però si perde l’orizzonte. Abbiamo bisogno del territorio, abbiamo bisogno di riconoscerci nell’identità di Vittoria.

SALVO FOTI
Per questo insisto: bisognerebbe chiamarlo sempre “Frappato di Vittoria”. Non abbandonerei mai questo vettore fondamentale per indicarne l’identità. Insistendo anche sulla ristorazione: probabilmente i clienti che non l’hanno amato è perché sono abituati ad altri frappati, allevati in altre zone che non sono proprio rappresentative. Allora è chiaro che la Sicilia, in generale, può essere ancora più valorizzata se si riesce a creare e comunicare questa biodiversità interna di quello che chiamiamo giustamente “continente”. Possiamo usare il Frappato come chiave di lettura di una cultura vinicola e di una zona specifica?

SALVO FOTI
Esatto. Il Nero d’Avola è un vitigno della Sicilia sudorientale che la politica commerciale ha fatto diventare genericamente “siciliano”. Ma non è così. I Nerello Mascalese, che è stato comunicato come identificativo di una zona, dimostra che l’intimità tra il vitigno e il suo luogo d’elezione funziona anche commercialmente. Un altro aspetto fondamentale è la civiltà vitivinicola, l’uomo che ci lavora. Il produttore. Quando mi portano un Frappato voglio sapere se è di Giusto, di Arianna o di Guglielmo. Dobbiamo imparare a raccontare soprattutto chi è l’interprete di questo vitigno. Sarebbe a questo punto utile capire se secondo voi il Frappato è più identificativo di altri vigneti rispetto al territorio?

NIKOLAS RESIN
È il motivo per cui, io e Waiata, siamo venuti a Vittoria. Ci ha convinto l’idea di lavorare con un vino così elegante, con potenzialità così promettenti. Nella nostra interpretazione non lo vediamo come un vitigno con una gradazione molto alta, e nemmeno con una macerazione molto spinta. In Italia c’è l’idea che un vino per essere importante deve essere molto macerato, come il Brunello e il Barolo. Per me il vino deve avere un’espressione più semplice. Speriamo negli anni di esaltare sempre di più il lavoro agricolo che c’è dietro. E un approccio che sappia valorizzare le sostanze organiche, la vita, la biodiversità, all’interno di un territorio.

WAIATA KALMA
È un vino che non ti aspetti, difficile da raccontare a parole, con note tecniche. L’ideale sarebbe venire qui per conoscerlo veramente e vedere dove nasce, assaggiarlo e soprattutto incontrare le persone che lo fanno. Come vi ponete il problema delle nuove generazioni? Il Frappato, poco alcolico, immediato, identitario, può convincere un pubblico che si sta allontanando dal mondo del vino?

ARIANNA OCCHIPINTI
Mi sono sempre impegnata per rendere fruibile qualcosa di difficile. Quando ho iniziato a lavorare in questo settore si facevano investimenti economici importanti e si fuggiva da un approccio più propriamente agricolo a favore del mercato. Il fatto di aver iniziato a vent’anni è stata la dimostrazione che è un lavoro che si può fare, anche in maniera semplice, partendo da progetti minimi. In questo modo cresci con il tuo progetto e non sei inondato da qualcosa di più grande di te. Credo che un pubblico giovane si sia avvicinato a me perché ho cercato di trasmettere l’idea di un’agricoltura possibile, di un vino possibile. Ho però mantenuto una serie di tradizioni agricole che è fondamentale preservare, una cultura di pratica agronomica che non può essere dimenticata. È difficile fare agricoltura in un territorio come questo?

ARIANNA OCCHIPINTI
Guarda, mi piace parlare anche di agricoltura in termini positivi perché la mia generazione è figlia di un mondo che ha sofferto con l’agricoltura; chi faceva il contadino ha mandato i figli a studiare, a fare le professioni, lontano dalla terra. Ed è il motivo per cui Vittoria non ha vignaioli giovani. Qui ha sofferto soprattutto chi faceva vino. È il motivo del non sviluppo della nostra denominazione. Qui l’agricoltura che funziona è la serricoltura. L’agricoltore vittoriese, figlio del vittoriese, non farebbe mai quello che facciamo noi, la nostra fatica in vigna. Se non analizziamo la parte sociale di questa terra, faremmo fatica trovare nuove prospettive. Come si può rilanciare una denominazione, un territorio, una pratica agricola?

ARIANNA OCCHIPINTI
Si può fare se hai una visione. Che però appartiene a questi produttori presenti e a pochi altri. Come Planeta, Master of Wine. Ma è chiaro che un territorio lo fondi o lo rilanci se c’è un’identità comune. Una denominazione per il Frappato, prendendo esempio di altri territori, con un lavoro più strutturato per creare un’immagine comune, secondo voi è fattibile?

GIUSTO OCCHIPINTI
Il problema è qui la viticoltura non si vede. E il paesaggio non aiuta. Salina si promuove facilmente grazie al fatto di essere nelle isole Eolie, l’Etna ha il vulcano. Sono posti dove il territorio quasi si comunica da solo. La vera agricoltura eroica (ride) la facciamo noi. Con 90mm di acqua all’anno e un paesaggio vinicolo che fai fatica a vedere.

NIKOLAS RESIN
Io la vedo in modo più ottimistico. Noi stiamo puntando molto sull’aspetto prettamente agricolo di questo territorio: non solo vino ma anche arance, olive, ortaggi. E per farlo ci ispiriamo all’agricoltura rigenerativa. Per me è oggi l’approccio più moderno e più futuribile che possiamo trovare. E questo perché vediamo che ogni annata è sempre più difficile. Noi dobbiamo recuperare, migliorare le terre, però dobbiamo in qualche modo riuscire a frenarlo questo cambiamento climatico e anche invertirlo. Ci sono delle teorie su come farlo.

Conclusioni: Un Vino, una Storia, un Territorio

Dati i problemi, avete in mente delle azioni da fare per un rilancio del territorio vinicolo di Vittoria?

GUGLIELMO MANENTI
Per un vero rilancio bisogna invertire quelli che sono i punti di debolezza, come lo scarso numero di bottiglie prodotte. E negli ultimi anni, per questioni anche climatiche, si sono ridotte ancora di più. Avremmo bisogno di giovani e nuovi produttori, come Nikolas e Waiata, che vengano qui e impiantino nuovi vigneti. Così si innesterebbe un circolo virtuoso e alcuni problemi, come una certa trascuratezza e abbandono del territorio, comincerebbero a sparire. Abbiamo anche scarsa capacità comunicativa: siamo un’orchestra scordata. Viviamo, ognuno di noi, in una comfort zone, perché bene o male le bottiglie le vendiamo. Ma se riuscissimo invece a parlare un unico linguaggio, sui circa 40 produttori che compongono il consorzio, potremmo evolvere. Serve una leva comune su cui lavorare, che può essere la denominazione o il vitigno o il territorio: sono tutti cerchi concentrici che bisogna attivare tutti insieme.

GIUSTO OCCHIPINTI
Potremmo anche operare come il FAI, che compra ville e edifici storici e li rivitalizza. Si potrebbe fare lo stesso con i nostri palmenti vecchi e abbandonati e con le vigne: comprare dei terreni e darli in gestione ai ragazzi, a giovani imprenditori. Coinvolgendo, per esempio, le banche del territorio che hanno tutto l’interesse a rendere questa terra ricca e produttiva.

ARIANNA OCCHIPINTI
È anche fondamentale attivare una condivisione, uno scambio, tra produttori: creare cioè l’occasione di assaggiarci i nostri vini a vicenda, con regolarità: questo fa crescere la consapevolezza enologica e viticola, e gli ambiti produttivi. Perché è vero che qui mancano le vigne, ma manca anche una visione sul vino. Poi è fondamentale creare una narrativa comune: un’identità geologica, un’identità vinicola, un’identità di vino.

GIUSTO OCCHIPINTI
Ricordandoci però di lavorare prima di tutto sui soggetti del territorio, perché è qui che noi viviamo. Solo così possiamo pensare di elevarci. Bisogna alimentare e far crescere una realtà che non è fatta solo di appassionati come noi, ma anche di produttori che fanno il minimo indispensabile. Fargli amare di più questa terra, tenerla pulita. Il rispetto del territorio: chi ha fatto grande il Brunello è stata una comunità incredibile che ha lavorato nel rispetto del Brunello. Chi è andato a produrre sull’Etna a rispettato l’Etna. Ricordiamocelo.

SALVO FOTI
È poi fondamentale la formazione delle persone che lavorano in vigna. Quando ho iniziato era più facile trovare delle persone che avevano le conoscenze agricole. Adesso non è più così. Serve una formazione specifica che sappia rispondere alle esigenze di questo particolare territorio. Sono d’accordo con Arianna sulla necessità di formare una massa critica: incontrarsi, confrontarsi e crescere insieme come produttori. Un modo per scambiare problematiche e soluzioni. In questo modo si comincia a creare comunità e identità vera. Un momento di crescita per tutti. E affrontare insieme le sfide. Noi oggi abbiamo un’unica certezza: il cambiamento climatico. Ogni anno ci troviamo di fronte a sfide sempre nuove e la condivisione di soluzioni sarà sempre più necessaria. Infine, la comunicazione: io punterei prima di tutto sulle persone del posto, i ristoranti, le trattorie, le pizzerie. Cosa sanno loro del Frappato? Lo stanno raccontando? E come? Bisognerebbe recuperare prima di tutto l’orgoglio delle radici. E formare una coscienza. Puntare sulle persone. In fondo sono loro il territorio.

LA STRUTTURA DI SOLCO

è un magazine indipendente, che nasce dal vino con la volontà di fare cultura ed esplorare il mondo.

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